Quanto è lunga una pedana? No, non mi riferisco ai metri canonici. Parlo dell’inconsistenza, del pensiero, della riflessione: come possono due corpi muoversi in avanti e indietro, plasmando la materia a una velocità controllabile solo da chi la produce? Quanto spazio serve per contenere corpo, mente, azioni, vittoria e sconfitta? E allora mi chiedo, quanto è lunga quella pedana?
Sotto il tetto di ogni palazzetto visto in questo primo spezzone d’anno agonistico, i corpi dei nostri atleti si muovevano inconsapevoli della bellezza che riuscivano a raggiungere. Le vittorie sono state rese grandi dalle medaglie; ma i movimenti, se i vostri occhi sono stati attenti, hanno raccontato più di quello che un punteggio è riuscito a riassumere. La sicurezza mista alla paura di non farcela; alternata a una certezza fugace ma efficace, è stata la compagna di viaggio di tutti i nostri ragazzi.
Anche di chi è stato rapito da pensieri troppo grandi e pesanti da contenere in una testa. E sono usciti sotto forma di lacrime, pianti, rabbia e insoddisfazione. E se è vero che “pesante è la testa che porta la corona“, gli oneri di chi ha vinto e non è riuscito a ripetersi, sono diventate le fondamenta per atleti che stanno crescendo alla luce del sole, tra un errore e l’altro.
Perché ciò che è giusto l’essere umano lo capisce sbagliando, mettendo in fila una serie di scelte che condizionano il modo d’essere tanto dell’atleta quanto della persona. E le due figure, nonostante convivano in uno stesso corpo, vivono di vita propria, provando a trovare un bilanciamento che possa aiutare a creare un finale differente da Dr Jekyll e Mr Hyde.
E allora si ritorna alla domanda iniziale: quanto è lunga una pedana? O anche, quanto è lunga una stoccata? Quanti errori posso commettere? Quante volte potrò ancora vincere? Quando comincerò a farlo? Perché questa paura non se ne va? Che cosa farà l’avversario adesso? Che cosa farò io? Chi mi aiuterà a farlo?
La risposta a ognuno di questi pensieri è racchiusa in una sola frase: bisogna lasciarsi andare. Non alla debolezza, quella che Kundera (che ha gentilmente prestato tre quarti del titolo a questo articolo) definisce vertigine alla quale ci si vuole abbandonare; bisogna lasciarsi andare a sé stessi, alle sensazioni, all’adrenalina che trasforma ogni briciolo del proprio corpo in energia. Per conoscere la fine si necessità l’abbandono alla leggerezza, racchiusa nella pedana e regalata a ogni atleta che mette piede sopra le sue lamine.
Qualche passo indietro aiuta, certo; ma solo chi ha l’iniziativa sarà in grado di costruirsi e definirsi. C’è chi già è riuscito a farlo, chi ancora no, chi sicuramente lo farà. Ognuno ha i suoi tempi. E, in barba alle domande che non lasciano mai la testa di uno schermitore; in barba a una pedana psicologa che rende pensierosi; in barba a una pesantezza che i risultati a volte azzerano, a volte no; oggi si mettono i primi puntini a una prima parte dell’anno in cui i piccoli sono diventati grandi e i grandi si sono trasformati in adulti.